La sopravvivenza del mondo sta nella natura selvaggia


[ Pubblicato il : 22/05/2009 1.38.00 ] Filosofia del benessere Escursionismo Semplicità volontaria Silenzio


Walden

Essendo nato, vissuto e cresciuto selvatico, non c'è dubbio che una delle letture che più mi ha colpito in questi anni è Walden  opera del grande filosofo Henry David Thoreau.

Da Walden, traggo queste parole di Thoreau che spero possano destarvi qualche sussulto di libertà:

"Mi recai nei boschi perché desideravo vivere come volevo io, affrontare solo i fatti essenziali della vita, e veder se potevo imparare ciò che aveva da insegnarmi, e non, giunto alla morte, scoprire di non aver vissuto. Non volevo vivere ciò che non era vita, la vita è cosi cara; né volevo praticare la rassegnazione se non fosse stato assolutamente necessario. Volevo vivere profondamente e succhiare tutto il midollo della vita, robustamente come gli spartani e sgominare tutto ciò che non era vita, falciare un'ampia zona e raderla a zero, mettere la vita in un angolo e ridurla ai minimi termini, e, se si fosse dimostrata meschina, afferrarne l'intera e genuina meschinità e proclamarla al mondo; o, se fosse stata sublime, sperimentarlo direttamente ed esser capace di darne un vero resoconto nella mia prossima escursione."

 

Buona vita nei boschi a tutti...

 

www.albertofatticcioni.com


Commenti



Sto leggendo con molto piacere il libro di Mark Rowlands dal titolo " Il lupo e il filosofo - lezioni


Inserito da Alberto Fatticcioni il Wed, 11 May 2011 13:52:38 GMT


la fuga dal mondo puzza di codardo? non vedo tanti eremiti...che il genere umano sia pieno di eroi allora...? mmm non credo, penso sia piu' coraggioso cercare in qualche maniera,per quanto questa possa essere confusa, di ribellarsi alla societa' e a cio' che si crede sbagliato e ingiusto..


Inserito da cartman il Thu, 18 Mar 2010 17:27:25 GMT


Curioso di vedere i luoghi che hanno ispirato gli scritti ad uno degli autori in cui, negli ultimi due


Inserito da Personal Trainer Alberto Fatticcioni il Sun, 10 Jan 2010 04:19:41 GMT


Dal punto di vista evoluzionistico vince chi si riproduce, da qualche parte hai citato Cavalli Sforza, cito: Un organismo può vivere solo se interagisce con l’ambiente di vita per procurarsi il cibo, e può trasmettere il suo DNA alla generazione successiva solo se riesce a divenire adulto e ad avere dei discendenti, cioè si riproduce.

Orbene per me chi non si riproduce ha fallito e sempre per me chi non vive attivamente la riproduzione, la nascità ed il plasmare di un’ essenza in evoluzione non ha vissuto una vita piena.

Ci sono evoluzioni neuronali provocate da nuove esperienze come ci sono abitudini neuronali che portano in equilibrio. Sempre l’equilibrio individuale che rimane la misura.

Non concordo con la  fuga dal modo, puzza di codardo; concordo in toto: la vera avventura sta nella nostra mente.

Anzi spingo oltre: la mia mente non conosce limiti, l’ambiente, la selva ne ha moltissimi.

- Voglio evidenziare che ogni persona possiede in ogni istante i fatti che gli sono successi e gli succederanno ma li possiede solo nel presente, che è dove il passato e il futuro esistono davvero in virtù della memoria e del desiderio.

Dubitiamo del sapere. Sappiamo per dubitare.

Torna a studiare e lascia il bosco agli animali ed a qualche occasionale uscita, cosi si salva nella mente come ultimo rifugio, paradiso perso di cui tutti abbiamo desiderio.


Inserito da karin il Fri, 22 May 2009 19:53:11 GMT


E' l'equilibrio fra vita relazionale e vita naturale che rende l'essere umano emozionalmente equilibrato. Non esiste una "giusta dose" universalmente valida per tutti. L'eremita che vive nel bosco non è ne meglio ne peggio di chi vive in un centro urbano insieme a milioni di persone, ma il selvatico che non conosce la vita sociale è altrettanto incompleto quanto il cittadino che non conosce la natura selvaggia.

L'input che permette ai nostri neuroni di creare nuove connessioni è lo stimolo nuovo, e la nuova percezione ci plasma rendendoci esseri diversi... almeno rispetto a come lo eravamo prima.

L'errore più comune che l'uomo commette è quello di vivere sempre le solite esperienze, di basarsi sempre sulle solite percezioni. Questo alla lunga determina un appiattimento emozionale che va ad inficiare l'energia vitale.

Fuggire dal mondo per conoscersi meglio, per scoprire una parte di se stessi fino a quel momento sconosciuta. La vera natura selvaggia è dentro di noi,  ed il bosco è la selva emozionale nella quale quotidianamente ci dobbiamo districare.


Inserito da AlbertoFatticcioni il Fri, 22 May 2009 13:57:16 GMT


Siamo animali sociali, senza input vale a dire pensiero, emozione, tatto ti riduci ad essenza ridotta ne puoi anche morire (sei tu che hai invitato a massaggiare i bambini piccoli, son io che dico con gli adulti non è poi tanto diverso); l'arte sta nel scegliere i rapporti, nel saper tenerli in giusta relazione, nel sapere che il proprio io è una versione ridotta del mondo perchè là fuori dalle tue consapevolezze ce ne  sono molti altri (di cui alcune che potrebbero farti vivere felice e non lo sai ancora), esperimentare l'amore per un altro, esperimentare l'amore per se stesso, ma principalmente ACCETTARE l'insensatezza dell'attimo di vita concesso e cercare di goderne; amplificando il piacere a mezzi di chi ti circonda perché tuo cervello si specchia e rivie quando trova un alter ego vivo.

La fuga di Thoreau è tipica del maschio alle prese con la sopravvivenza, può aver fatto valide riflessioni su natura, ambiente naturale ma come ben sai è tornato dalla selva per non morirne. Abnega, ma questo va inserito nel contesto storico sociale (quante informazioni possono essere state fuori dalla portata di Thoreau)  e in una ricorrente versione maschile limitata (pensa all'eremita, al Cristo, ad altre figure ascetiche, a chi si convince che nel castigo c’è la felicità), la pienezza della vita. Rimangono, dal punto di vista umanistico, mondi a metà, zoppe, dunque vita vissuta parzialmente.


Inserito da karin il Fri, 22 May 2009 09:24:28 GMT



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